Maladaptive Daydreaming (DM)
la fuga dissociativa nel sogno ad occhi aperti per l’autoregolazione di traumi e stress
Ragazza su altalena nello spazio: metafora del Maladaptive Daydreaming e della fuga dissociativa dalla realtà

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Sognare a occhi aperti è un’esperienza comune e, di per sé, naturale. Tuttavia, quando questa attività smette di essere un semplice svago e diventa la risposta predefinita alla realtà, si entra nel campo del Maladaptive Daydreaming (MD). Si tratta di una condizione in cui la capacità immersiva della mente umana si spinge oltre i confini abituali, trasformandosi in una dinamica intrusiva e persistente.

In questo scenario, la fantasia non è più un momento passeggero, ma un’esperienza dissociativa, caratterizzata da scenari complessi, trame strutturate e personaggi vividi, quasi come in una produzione cinematografica interiore. Esplorare questa peculiarità significa comprendere come mondi immaginari così elaborati possano diventare un rifugio, ma anche una soglia invisibile che si frappone tra la propria interiorità e lo scorrere della vita quotidiana.

 

Oltre il confine della fantasia: cos’è il Maladaptive Daydreaming (MD)

Il Maladaptive Daydreaming (MD), o disturbo da fantasia compulsiva, non è una semplice distrazione momentanea, ma un’esperienza mentale profonda e spesso invalidante. Sebbene il sognare a occhi aperti sia un’attività universale e talvolta stimolante, nel MD questa facoltà muta di segno, trasformandosi in una dinamica invalidante che tende a sostituire il tessuto della vita reale. Il termine è stato coniato nel 2002 da Eli Somer, Professore di Psicologia clinica all’Università di Haifa, che lo ha definito come un’attività di fantasia talmente estesa da compromettere il funzionamento interpersonale, scolastico e professionale della Persona.

In questo scenario, l’immersione in universi alternativi non è un semplice passatempo, ma una necessità totalizzante. Gli scenari creati non sono frammenti isolati, ma vere e proprie architetture narrative, animate da evoluzioni immaginative articolate e figure estremamente realistiche, costruite con una ricchezza di dettagli che nulla ha da invidiare a una complessa sceneggiatura d’autore. L’esperienza risulta così appagante da innescare i meccanismi tipici di una dipendenza: l’attività può assorbire gran parte della giornata, rendendo il ritorno alla realtà un esercizio faticoso e spesso rimandato.

A differenza dei sogni notturni, che la psicoanalisi lega alla rimozione di desideri repressi, le fantasie del MD fungono da meccanismo di autoregolazione emotiva, spesso mirato a lenire sentimenti di vergogna patologica o stress. Questa attività è frequentemente innescata da stimoli specifici, detti triggers, come un brano musicale, un rumore o un’immagine televisiva, e si accompagna spesso a movimenti stereotipati o attività cinestetiche, come camminare avanti e indietro, gesticolare o mutare l’espressione facciale in sintonia con l’emozione immaginata. In questa prospettiva, il fenomeno si configura come un ibrido tra una forma di dissociazione dalla realtà circostante e una dipendenza comportamentale, dove il confine tra il Sé e il sogno diventa una soglia sempre più difficile da proteggere.

 

Le cause del Maladaptive Daydreaming (MD)

Sebbene la comunità scientifica non abbia ancora identificato una causa univoca e universalmente accettata, le teorie più accreditate concordano nel leggere il Maladaptive Daydreaming (MD) come una sofisticata strategia di coping. In questa prospettiva, il ricorso sistematico alla fantasia non nasce dal nulla, ma emerge come un tentativo estremo di fronteggiare emozioni negative o esperienze traumatiche.

Per chi è esposto a stress cronico o a ferite emotive del passato, questa dinamica immaginativa si manifesta inizialmente come un prezioso meccanismo di autoregolazione. Costruire mondi interiori sicuri diventa un atto di sopravvivenza psichica: una “stanza della mente” in cui rifugiarsi per attutire l’urto di una realtà percepita come insostenibile o dolorosa. In questa fase embrionale, la fuga mentale può persino apparire funzionale, poiché offre un sollievo immediato e permette di distanziarsi da stimoli schiaccianti.

Il nodo critico risiede tuttavia nell’evoluzione di questo processo. Ciò che era nato come una risorsa temporanea di emergenza tende, col tempo, a cristallizzarsi. La fantasia smette di essere una scelta e diventa la modalità predefinita di risposta a qualunque stimolo esterno. È proprio in questo passaggio che la strategia di difesa si trasforma in una barriera disfunzionale: la mente, ormai abituata a preferire l’universo immaginativo a quello concreto, inizia a sottrarre energia e presenza al quotidiano, compromettendo relazioni, lavoro e la capacità stessa di abitare il presente.

 

Maladaptive Daydreaming: dall'innesto emotivo traumatico alla barriera disfunzionale e perdita di presenza

 

Il ruolo della vergogna e la funzione del trauma

Un elemento determinante nella genesi e nel mantenimento del Maladaptive Daydreaming (DM) è spesso rintracciabile nella presenza di esperienze traumatiche pregresse. In questo contesto, l’immersione in una realtà alternativa non è una scelta ludica, ma una strategia di sopravvivenza: il soggetto si rifugia nel mondo illusorio per sottrarsi all’onda d’urto di emozioni negative legate al riemergere del trauma. Tuttavia, questo scudo protettivo può trasformarsi in una “prigione dorata”, dove la persona resta intrappolata in una costante dissociazione per non affrontare il dolore del presente.

In questa dinamica, la vergogna gioca un ruolo di primo piano. È proprio il peso di questa emozione a spingere la Persona a nascondersi nel proprio universo interiore; qui, l’attività cinestetica (come il camminare o il gesticolare) assume una valenza simbolica e pratica fondamentale: serve a creare una bolla di isolamento, un distacco fisico e mentale dagli altri per evitare di essere “scoperti” nella propria vulnerabilità.

A supporto di questa tesi, diverse ricerche cliniche (Schimmenti e collaboratori del 2019) hanno evidenziato come il MD non sia solo un fenomeno dissociativo, ma si intrecci spesso con sintomi patologici che vanno dai disturbi di personalità a una spiccata vulnerabilità narcisistica. Le fantasie, infatti, permettono di soddisfare un bisogno di grandiosità del Sé che la realtà nega, offrendo un piacere che le relazioni reali non riescono più a fornire. Paradossalmente, questo distacco può fungere da “regolatore”: allontanando temporaneamente i sentimenti di vergogna, permette alla Persona di affrontare le attività quotidiane con una parvenza di sicurezza. Al contempo, però, emerge un’ipotesi speculare: la vergogna stessa potrebbe non essere solo la causa, ma anche una conseguenza diretta del Maladaptive Daydreaming (MD), alimentata dal senso di colpa per il tempo perso e per l’incapacità di controllare la propria spinta a sognare.

 

Come si riconosce il Maladaptive Daydreaming?

Identificare il Maladaptive Daydreaming (MD) richiede un’osservazione attenta non solo di cosa si sogna, ma di come l’attività immaginativa impatta sulla realtà. Esistono alcuni indicatori ricorrenti che aiutano a distinguere questa condizione da una normale distrazione:

  • Complessità degli scenari immaginativi: A differenza del fantasticare comune, qui ci si trova immersi in mondi estremamente dettagliati, popolati da personaggi strutturati e trame articolate che evolvono nel tempo, quasi come in una serie televisiva interiore.
  • Difficoltà nel distacco: Si avverte una sorta di “fame” di sogno. Interrompere la fantasia diventa faticoso e si sente il bisogno impellente di tornare a immergervi appena possibile, tanto da arrivare a sacrificare ore di sonno o momenti di riposo.
  • Interferenza con la quotidianità: Il tempo dedicato a questi universi paralleli inizia a “erodere” quello della vita reale, rendendo difficile portare a termine impegni lavorativi, scolastici o mantenere una vita sociale attiva.
  • Manifestazioni fisiche e cinestetiche: Molto spesso il sogno è accompagnato da movimenti involontari o ripetitivi, come camminare avanti e indietro in una stanza, dondolarsi o manipolare piccoli oggetti. È come se il corpo cercasse di seguire il ritmo dell’immaginazione.
  • Inneschi esterni (Trigger): Alcuni stimoli sensoriali, come una melodia o la visione di un film, agiscono come “interruttori” immediati. Tuttavia, anche stati d’animo come la noia, la solitudine o un momento di forte stress possono attivare il bisogno di rifugiarsi nel sogno per ristabilire un equilibrio emotivo.
  • Reattività emotiva e verbale: L’immersione è così totale che la Persona può trovarsi a sussurrare dialoghi, ridere, piangere o mimare espressioni facciali in risposta a ciò che accade nella propria mente, vivendo l’emozione immaginata come fosse reale.

 

Indicatori del Maladaptive Daydreaming: narrazioni complesse, craving, movimenti fisici, trigger e impatto sociale

 

Riconoscere questi segnali è il primo passo per comprendere meglio la propria architettura mentale. Osservare queste abitudini senza giudizio permette di iniziare a dare un nome a un’esperienza che, per quanto intensa, può essere compresa e ricondotta a un equilibrio più funzionale.

 

Chi sono i “Maladaptive Daydreamers” (MDers)?

Il fenomeno del Maladaptive Daydreaming è molto più diffuso di quanto le statistiche cliniche riescano ancora a mappare. Oggi la rete pullula di centinaia di blog, forum dedicati, testimonianze video e canali social in cui persone da ogni parte del mondo condividono le proprie esperienze e le angosce legate all’enorme mole di tempo “sequestrata” dalle fantasie. Gli individui che si riconoscono in questa condizione si definiscono Maladaptive Daydreamers (MDers) e descrivono un vissuto quotidiano scandito da comportamenti rituali e ripetitivi, come camminare avanti e indietro ritmicamente o gesticolare, azioni che sottraggono ulteriore spazio alle attività concrete e alle responsabilità sociali.

Per molti MDers, l’incontro con queste comunità online rappresenta un vero e proprio punto di svolta esistenziale. Prima di scoprire l’esistenza di una definizione formale e di un gruppo di pari, la maggior parte di loro viveva nel timore di essere “l’unica Persona al mondo” a manifestare un comportamento così insolito e totalizzante. La scoperta del termine coniato da Somer e il confronto con altri utenti generano un profondo senso di sollievo e validazione: non ci si sente più soli, ma parte di una categoria che condivide sfide e strategie di gestione.

Questo senso di comunità diventa fondamentale anche alla luce della complessa collocazione del disturbo nel panorama della salute mentale. Molti MDers riferiscono di aver cercato supporto professionale incontrando però alcune difficoltà nell’inquadramento dei propri sintomi. Spesso, infatti, le manifestazioni del MD si intrecciano con altre condizioni psicologiche, rendendo la diagnosi differenziale una sfida complessa. Non è raro che il fenomeno coesista o si sovrapponga a quadri di ansia, depressione, disturbi dissociativi, autismo o ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività), rendendo necessario un approccio attento per distinguere i confini tra le diverse esperienze vissute dalla Persona.

 

Strategie per gestire il bisogno di fuggire nei sogni ad occhi aperti

Poiché il Maladaptive Daydreaming (DM) è un fenomeno di recente definizione e non ancora inserito nei manuali diagnostici ufficiali come il DSM-5, non esiste oggi un protocollo terapeutico unico e standardizzato. Tuttavia, l’esperienza clinica e le testimonianze dirette indicano diverse strade percorribili per chi desidera ridurre l’impatto di questa abitudine e tornare a essere protagonista della propria vita.

Sviluppare l’auto-osservazione

Il cambiamento parte dalla consapevolezza. Un primo passo efficace consiste nel monitorare il proprio comportamento: annotare su un diario quando sorge l’urgenza di sognare, cosa l’ha scatenata e quanto tempo è durato l’episodio. Questo permette di mappare i propri “schemi di fuga” e di anticipare i momenti di vulnerabilità, trasformando un impulso automatico in un processo osservabile e, quindi, gestibile.

Arricchire l’esperienza reale

Spesso il sogno è un sostituto di ciò che manca nella realtà. Piuttosto che ingaggiare una lotta diretta contro le fantasie, può essere più utile investire energie nel rendere la vita quotidiana più stimolante e gratificante. Creare piccole routine, stabilire obiettivi concreti per contrastare la procrastinazione e, soprattutto, coltivare relazioni sociali autentiche aiuta a “nutrire” la mente con stimoli reali, riducendo gradualmente il bisogno di cercarli altrove.

Ancorarsi al presente con la Mindfulness

Pratiche come la Mindfulness e la meditazione sono strumenti preziosi per allenare l’attenzione. Imparare a percepire il proprio respiro, i suoni circostanti o le sensazioni fisiche nel momento esatto in cui accadono agisce come un contrappeso alla tendenza dissociativa, aiutando la persona a restare ancorata al “qui e ora” invece di scivolare nell’astrazione.

Gestione strategica dei trigger

Una volta identificati gli inneschi (come certi generi musicali, film o l’uso prolungato dei social), è fondamentale adottare una gestione consapevole di questi stimoli. Non si tratta necessariamente di eliminarli, ma di limitarne l’esposizione o di cambiare le modalità di fruizione, specialmente nei momenti in cui ci si sente più stanchi o soli.

 

Strategie per il Maladaptive Daydreaming: diario, mindfulness, gestione dei trigger e trasformazione creativa del sogno

 

Riappropriarsi del proprio tempo non significa rinunciare alla capacità di immaginare, ma restituire alla fantasia il suo ruolo naturale: quello di una risorsa creativa, e non più di un’alternativa necessaria alla vita stessa.

 

Tra sogno e realtà: dove tracciare il confine?

Comprendere la sottile linea che separa il piacere di sognare a occhi aperti da una dinamica problematica è fondamentale per chi vive questa esperienza. La differenza principale non risiede tanto nel contenuto del sogno, quanto nel significato che gli attribuiamo e nell’impatto che ha sulla nostra stima di sé. Chi sperimenta un daydreaming “adattivo” vive la fantasia come una risorsa creativa che arricchisce la giornata; al contrario, chi soffre di Maladaptive Daydreaming (MD) spesso percepisce questa attività come una prova di fragilità o inadeguatezza, provando un profondo senso di vergogna.

Mentre in una condizione normale la mente rievoca il passato o immagina il futuro per poi tornare al presente senza alcuno sforzo, nel MD l’immersione diventa così totale da assorbire gran parte del tempo di veglia (con medie che possono variare da una fino a dieci ore al giorno). In questo spazio immaginario, il soggetto gode spesso di qualità straordinarie e riceve quell’approvazione che sente mancare nel mondo reale, rendendo l’universo alternativo molto più stimolante di quello circostante.

Un altro segnale distintivo è la comparsa di attività cinestetiche, come camminare avanti e indietro o dondolarsi, che accompagnano un’immersione sensoriale così profonda da rendere vividi stimoli uditivi e visivi. Ciò che sfugge al controllo non è tanto la creazione del sogno, che avviene consapevolmente, quanto l’impulso irrefrenabile a tornarci, anche quando il mondo esterno richiederebbe la nostra presenza.

Proprio per la complessità di queste dinamiche, rivolgersi a un professionista della salute mentale può fare la differenza. La psicoterapia non solo aiuta a esplorare le cause profonde del fenomeno, come stati d’ansia o depressione, ma fornisce strumenti pratici per riprendere gradualmente la gestione del proprio tempo e delle proprie emozioni. Investire sulla propria crescita, anche attraverso il contatto con la natura, la Mindfulness o il confronto con chi condivide la stessa sfida, è un atto di cura che permette di trasformare la propria ricchezza interiore da una prigione a una risorsa consapevole.

E tu, ti sei mai ritrovato in questa descrizione?

Sentire che la propria mente ha bisogno di “fuggire” altrove è un’esperienza che merita ascolto, non giudizio. Se senti che i tuoi sogni stanno prendendo il posto della tua vita, sappi che intraprendere un percorso terapeutico è il primo passo per tornare ad abitare il presente con serenità e piena padronanza del proprio tempo e della propria quotidianità.

 

Bibliografia:

Schimmenti A, Sideli L, La Marca L, Gori A, Terrone G (2019). Reliability, validity, and factor structure of the Maladaptive Daydreaming Scale (MDS-16) in an Italian sample. Journal of Personality Assessment.

Somer, E. (2002). Maladaptive Daydreaming: A Qualitative Inquiry. Journal of ContemporaryPsychotherapy, 32 (2-3): 197–212.

Somer, E. Somer, L. Jopp, DS. (2016a). Parallel lives: A phenomenological study of the lived experience of maladaptive daydreaming. Journal of trauma & dissociation, 23-52.

Somer, E. Somer, L., e Jopp, D. S. (2016b). Childhood Antecedents and Maintaining Factors in Maladaptive Daydreaming. The Journal of Nervous and Mental Disease, 204,471-478.

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